Tra realtà e suggestione – Maurizio Lodi e la fotografia di cibo

Se vi chiedessero chi è Maurizio Lodi, probabilmente rispondereste “non ne ho idea”, facendo la faccia interrogativa. Eppure nella vostra dispensa o nel frigo, avete con ogni probabilità una sua foto, stampigliata sulla confezione di qualche alimento. E mentre passeggiavate per la città stamattina, o magari dando un’occhiata alle offerte dei supermercati che trovate nella bussola della posta al mattino, vi siete imbattuti in una sua creazione. La sua professione è food photographer, ovvero un fotografo specializzato nella fotografia di alimenti. Si occupa principalmente di packaging, pubblicità ed editoria specializzata, riviste molto conosciute che potete trovare nella breve biografia pubblicata sul suo sito. L’abbiamo chiamato per un laboratorio didattico presso l’istituto alberghiero di Ossana (Trento) di cui abbiamo già parlato, e ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda.



Dopo le tre ore passate assieme a scuola, rimangono in mente tante cose e -irrimediabilmente- si ricordano i tanti aneddoti che hai portato a proposito del ritocco (analogico o digitale, per così dire) della fotografia di cibo, al fine d’inseguire i desiderata del committente. Dal punto di vista etico, quali sono i vincoli che ti dai come professionista? Esiste un limite alla “falsificazione”?

Avevo timore che le mie sollecitate rivelazioni non ottenessero altro che soffiare sul fuoco del nichilismo da photoshop. Il tema etico del rispetto della realtà però è mal posto.  A partire dal sorriso delle foto ricordo, ormai selfie, al trucco mattutino prima di andare in ufficio, una certa quantità di azioni umane andrebbero catalogate sotto la categoria falsità. Qualcuno di voi vede la TV, ad esempio: le partecipate confessioni dei Vip all ‘isola dei famosi fuori dal riquadro hanno una troupe di qualche addetto alla ripresa, cameraman e fonico inclusi. Ebbene: fuori dal riquadro di una fotografia c’è il mondo intero, lo confesso.
Se tieni presente che la mozzarella sulla pizza dieci minuti dopo che è uscita dal forno si cristallizza in una materia opaca e dura e che il riso ha la cattiva abitudine di sfaldarsi in breve tempo, e che i gelati hanno la naturale tendenza a sciogliersi: almeno in questi casi mi sará concesso di intervenire per rendere la loro vista perlomeno gradevole in una immagine fotografica. A questo intervento tecnico del fotografo, o meglio di suoi collaboratrici (in genere donne ma non solo) esperte nel trattare il cibo per la resa in foto e in video, ed alle successive possibilitá non esiste realmente limite. Si possono cambiare al computer forme colori e texture e realizzare capolavori o mostri. Tempo fa consigliavo la consultazione di un sito molto divertente di segnalazioni di utenti da tutto il mondo: Photoshop disaster ha pubblicato per anni una rassegna di usi “esagerati” delle possibilitá di ritocco. Ora il sito é chiuso. Ma da quando gli smartphone hanno la modalitá ritratto pelle liscia i mostri fotografici sono diventati i nostri migliori amici. Datemi retta diffidate, se giá non lo fate, di tutto ció che vi viene definito smart.

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Maurizio Lodi durante il suo intervento scolastico

Il lavoro del fotografo di cibo e quello dei miei collaboratori cerca di rendere l’idea del cibo in un dato obiettivo comunicativo. Per farla semplice, ci concentriamo sulla appetitosità se si tratta di ricette di una rivista, sulle caratteristiche di un prodotto se si tratta di packaging e sulla narrazione del mondo simbolico di un oggetto di consumo se si tratta di pubblicità.
Noi fotografi di cibo serviamo a queste cose, con un atteggiamento da risolutori di problemi e la necessaria creatività, serviamo la comunicazione e per a questo scopo credo che sia necessario dare la dovuta importanza a tre aspetti: preparazione, cioé dotare la propria passione di un bagaglio di conoscenze teoriche ed artistiche, e di pratiche virtuose che costruiscano sicurezza professionale in campi anche differenti dalla specializzazione. Per quanto riguarda la tecnica la madre di queste attitudini per me é la fotografia di oggetti, o still life mentre sul versante artistico non é possibile ignorare la storia della fotografia e del cinema; attrezzatura, dal momento in cui la fotografia è un arte di mezzi tecnici, per rispetto del nostro lavoro e del cliente essi non possono essere di scarsa qualitá (e questo nel nostro mestiere comporta investimenti continui…); aggiornamento continuo, oltre ai software che permettono di avere il controllo del proprio lavoro e sviluppare nuove idee, anche il sapore delle immagini è in continuo cammino, al pari dei movimenti artistici e culturali, e dal momento in cui nel food tutto sommato si tratta di rappresentare il mondo contemporaneo, gusto e curiosità aiutano.

La mia generazione ha attraversato il guado tra l’analogico della fotografia chimica e il digitale delle immagini fatte di pixel. Per me é stato un progresso incredibile che mi ha riqualificato. Una volta come fotografi delegavamo parte del lavoro alla pellicola ed al suo sviluppo, ora agiamo su tutto il flusso del lavoro, dalla ripresa al fotoritocco, e se non lo facciamo direttamente perlomeno conosciamo tutte le fasi. Addirittura le fotocamere moderne offrono la possibilitá di girare video professionali e questo è un altro mondo a nostra disposizione molto interessante e stimolante. Ma dopo tutto ciò che ho esposto, il problema di corrispondenza tra immagine e realtà oggettiva (attento si sta parlando ancora della tua percezione…), continua a sussistere ed è inevitabile perché l’oggettività di una immagine (a partire da punto di vista e taglio) é una chimera. Anche nel caso in cui ti rivolgessi al mondo dei blogger che fotografano le proprie realizzazione e le condividono. Anche questa nebulosa di appassionati produttori di immagini sta subendo continue evoluzioni sopratutto da quando l’industria ha deciso che il pubblico dei blog e la comunicazione del passa parola digitale, potenziato dalla rete, sono target significativi. Una cura di benefit e gite premio che prima erano riservati solo ai giornalisti li ha convinti a piú miti e meno indipendenti consigli.
Bisogna svegliarsi: siamo nell’era degli influencer (e dello sdoganamento della pubblicitá occulta). Ma questa é una semplificazione di un discorso che andrebbe meglio articolato su un mondo in costante cambiamento.

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Mode attuali nella fotografia di cibo: sembra che ci sia un ritorno dell’imperfezione, del pugno di terra, della briciola sul tavolo… forse perché la crisi economica ha spinto a mangiare tutto, anche quello che tempo fa si scrollava dalla finestra?

Il cibo, in questi anni di diffusione capillare degli apparecchi destinati alla riproduzione fotografica, per quanto riguarda il settore editoriale è piú quotidiano e vicino all’osservatore. A volte è già iniziato, affettato se se ne vuole descrivere l’interno, una farcitura, un ripieno, e un po’ di disordine artistico non guasta. A volte é ripreso dal punto di vista dei denti, come se lo,stessimo giá gustando. In genere la scena é in controluce, (come del resto anche in tutte le foto di Salgado) . Ambiente se si puó rustico chic, luminoso, legni, tessuti grezzi, ceramiche recuperate in una incursione in un mercatino bric à brac. L’evocazione di una domenica in campagna con gli amici di persone senza eccessivi problemi che si stanno godendo un meritato momento di godimento. Erbe aromatiche come se piovesse e briciole, briciole, briciole!
Il mondo degli chef invece é uno show-business parallelo e di una certa importanza. Lavorare in quel settore é essere al servizio delle creazioni a volte sensazionali dei cuochi, e con una estetica molto particolare, concettuale e a volte di ispirazione architettonica. Ogni volta che mi é capitato, ed all’inizio di questo movimento nella comunicazione feci un opera molto significativa con Gianfranco Vissani (per citare un personaggio non tra i piú facili) ho cercato di spiegare il mio atteggiamento lavorativo di realizzazione di una riproduzione di un opera, con in aggiunta la cura del dettaglio che l’immagine fotografica, fissa richiede. In questa maniera sdogano le mie pinzette, le mie spatole i pennelli e gli oculari da dentista che altrimenti mettono in apprensione queste star creative quando dispiego la attrezzatura.

 

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Sempre sul binomio realtà/apparenza, Stanley Kubrick diceva che dal momento in cui è presente una telecamera da qualche parte, i comportamenti delle persone sono influenzati da essa e quindi non possiamo più parlare di “realtà”. Nel campo del cibo, questo ha una traduzione non tanto relativa al comportamento di un piatto di lasagne (che mi aspetto sia identico con o senza la telecamera…), quanto al fatto che la spinta sempre più forte dell’industria alimentare nel campo comunicativo ha prodotto una sovrasaturazione delle immagini di alimenti che, se da un lato può aver causato tolleranza/insensibilità, dall’altro ha elevato all’ennesima potenza il vecchio detto “mangiare con gli occhi”. Ma qual è il ruolo che hanno le immagini degli alimenti nella pubblicità di cibo? C’entra ancora qualcosa l’acquolina, oppure si tratta solo di estetismo?

Personalmente cerco di lavorare sulla bellezza di un cibo naturale e sano. Mi immagino un pubblico di giovani che mangiano attenti alla salute, non fumatori e meno carnivori quando fotografo. Mi piacerebbe fosse così. Dopo di che riconosco che alcune leccornie rendono molto difficile questo quadro per ognuno di noi. Per me è essenziale qualificare tutto quello che faccio, è un mestiere che costringe ad una specie di esame ogni volta che si consegna un lavoro: o è un sì o è un no. Per ottenere l’approvazione dei miei clienti, oltre a fare immagini bellissime, devo capire quali sono i loro obiettivi e come si muove il flusso delle informazioni che mi servono per interpretarli, nonchè a quali condizioni viene concessa un’approvazione del mio lavoro. Se ad esempio capisco che la catena decisionale è ampia, dovrò lasciare margini di modifica e creare alternative e varianti possibili dopo che il mio intervento è concluso. Non mi atteggio da maestro o da artista (due figure che considero ridicole) ma cerco di essere attento a quei particolari che rendono più semplici le decisioni. Ad esempio negli shooting di packaging montiamo in diretta il nostro lavoro nel layout della confezione in modo che il risultato finale sia sotto gli occhi del cliente. Cionondimeno ho la fortuna di disporre di destinazioni piú ”artistiche”, come ad esempio l’appuntamento mensile con l’articolo delle tecniche di Sale&Pepe, che nella rivista è una pagina peculiare.

Pervade la nostra era la coscienza che tutto ciò che si vede nei media faccia parte di un baraccone di falsità. Del resto la proposta arriva ad ognuno di noi: gestire la propria immagine sui social media come farebbe una piccola agenzia pubblicitaria, diventando testimonial e quindi influencer, influenzatori di amici e seguaci, #followforfollow, può farci realizzare il sogno infantile di diventare ricchi, importanti e famosi. Alcuni osservatori giá preoccupati ai tempi in cui esisteva solo la TV, ora si azzardano a descrivere i nostri come i tempi della ipnosi di massa. Se nel tuo piccolo hai bisogno di sentire che qualcuno ti vuole davvero bene, non comprare dei follower, è meglio che ti cerchi una/un fidanzata/o. Sono le interazioni uniche quelle che contano, non i fan dormienti. Te ne puoi accorgere quando inizi a scrivere i post su Instagram in inglese immaginando una platea globale. Se peró giá rispondi ai tuoi amici italiani in inglese, o meglio globish, sei giá un po’ bollito. Dicendolo con Benedetto Croce, che non seppe togliersi dalla parte sbagliata della storia: sei un uomo del tuo tempo.

 


 

Cattura
Ceramiche shabby chic, tavolo di legno grezzo, pioggia di zucchero a velo e dolce già iniziato pronto per essere consumato
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Una risposta a "Tra realtà e suggestione – Maurizio Lodi e la fotografia di cibo"

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  1. Sono un Food Photographer,www.michelangeloconvertino.it, e questo articolo mi ha colpito tantissimo..Bellissime riflessioni e soprattutto molto utili..grazie di cuore.

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