Scrivere o digitare? Leggere o guardare uno schermo? La questione è aperta

“Entro in aula, indosso un auricolare e comincio a insegnare. Mentre io parlo la mia voce è registrata e sbobinata in tempo reale, anche tradotta in qualsiasi lingua, dall’inglese all’arabo. Il testo, con grafici e slide, passa nei telefonini degli studenti. Loro sono collegati alla app e possono segnarsi un passaggio importante, che servirà per il ripasso, o premere il tasto col punto interrogativo per segnalare in forma anonima che non hanno capito qualcosa. Così io mi fermo e rispiego. Non si distraggono a seguire la lezione sugli smartphone piuttosto che prendere appunti con carta e penna. Al contrario, sono più attenti.”

Massimiliano Schiraldi, Università Roma Tor Vergata

“Al primo anno di informatica, a Berlino, i docenti chiedono esplicitamente di non portare il pc e di prendere appunti a mano. Non presentano la cosa come un’opzione, mostrano una bibliografia di studi e ci dicono chiaramente che se vogliamo fare altrimenti, tanto peggio per noi.”

Alessandro de Cesaris, ricercatore e scrittore

Nei due esempi qui sopra ci sono due concetti differenti di didattica, pedagogia e rapporto docente/discente. Due visioni del mondo opposte, probabilmente. Per quanto riguarda il rapporto con la scrittura negli anni 2010 è difficile pronunciarsi e prendere una posizione consapevole, tanto ci sentiamo in mezzo al guado: all’università abbiamo seguito centinaia di ore di lezione prendendo appunti a penna da sistemare (o riscrivere) al pomeriggio, ai corsi di formazione ci portiamo il tablet o il pc, digitando tutto il tempo per non perderci una virgola… “The times they are a-changin'” è sicuramente vero, ma c’è di più: questi cambiamenti incidono sull’elaborazione delle informazioni. Scrivere a mano aumenta la capacità di ricordare le informazioni e comprendere i nuovi concetti, con il bonus di eliminare le distrazioni presenti sui device (notifiche, finestre aperte in background, email appena arrivate, etc.). In uno studio apparso su “Psycological Science”, Pam Mueller e Daniel Oppenheimer hanno dimostrato come chi prende appunti con pc o tablet tende a trascrivere parola per parola, anziché processare l’informazione e riorganizzarla con le proprie parole. Dei ricercatori della Washington University hanno ipotizzato che prendere note a mano coinvolga più a fondo i processi di rielaborazione, anziché la superficiale decodifica del digitare su una tastiera. Infine, in “Trends on Neuroscience and education” (james2012) Karin James e Laura Engelhardt hanno dimostrato attraverso l’imaging a risonanza magnetica come nei bambini che disegnano una lettera si attivino aree cerebrali differenti e più ampie di quelle relative alla semplice digitazione su tastiera o alla tracciatura a mano, ma seguendo una serie di puntini. Questo suggerisce che anche nell’adulto succeda qualcosa di simile e di come l’esperienza della scrittura a mano sia più intensa e profonda.

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E per quanto riguarda la lettura?

I risultati sono gli stessi: di una storia letta su uno schermo ricordiamo meno dettagli, e anche la comprensione è inferiore. Ma non è tutto, perché come dice Marianne Wolf (neuroscienziata autrice di “Da Proust al calamaro – storia e scienza del cervello che legge“) “siamo a un passo dal non riuscire più a riconoscere la bellezza del linguaggio degli scrittori difficili e dalla rimozione di pensieri complessi, che non si adattano alla restrizione del numero di caratteri usati per trasmetterli. Leggiamo le cose comode, che si conformano a quello che già pensiamo, che rinforzano, invece di sfidare, le nostre prospettive. Alla fine diamo retta a chi ci dice quello che vogliamo sentire».

Tuttavia, lei sostiene che non siamo nati per leggere, è passato solo qualche migliaio di anni dall’invenzione della lettura e l’invenzione ha portato con sé una parziale riorganizzazione del cervello, che a sua volta ha allargato i nostri confini mutando l’evoluzione intellettuale della nostra specie. Non si tratta quindi di cedere al passatismo e rifiutare la comodità della tecnologia, ma piuttosto di scegliere il modo migliore per approfondire i concetti ed apprendere nuove informazioni. Ma se i manager della Silicon Valley hanno imposto ai loro figli grossi limiti nell’utilizzo di device tecnologici, perché noi dovremmo fare il contrario?

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