Pillole d’informazione 2018 – Evgeny Morozov sulle fake news

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Evgeny Morozov durante la conferenza “Internet, post-verità e mercato dell’informazione”

“Ciò che ho scoperto nelle mie ricerche è che nella nostra società esiste una certa resistenza nel riconoscere l’esistenza del capitalismo digitale, per questo finisce che noi parliamo di problemi che sono già di per sé un po’ “fake” come le fake news. Un simile inquadramento del tema determina il modo in cui noi cerchiamo di capire cosa sta succedendo e quello che possiamo fare. E’ ovvio come l’utilizzo dei media da parte di persone e/o organizzazioni per diffondere delle bugie non sia una novità. Ciò che è cambiato è l’esistenza d’infrastrutture che consentono di farlo in modo molto economico: non serve alcun giornale né mass media. Tutto è possibile perché il capitalismo digitale è riuscito a costruire un sistema in cui la pubblicità può finanziare tutte queste attività. Le piattaforme che controllano queste infrastrutture digitali hanno creato incentivi per raccogliere i nostri dati, perché esiste un rapporto diretto tra questi e la qualità della pubblicità che loro possono raccogliere e vendere ai clienti. La logica del sistema è basata sull’estrattivismo dei dati. Dieci anni fa le piattaforme hanno capito che si possono prendere e raccogliere i nostri dati e renderli rilevanti, individuando i nostri interessi. Poi hanno capito che non esiste alcun limite a questa raccolta, quindi hanno disegnato servizi e piattaforme per raccoglierli, invitando le persone a cliccare di più, incentivandole e creando devices per tradurre il massimo dei click possibili. Questo è un meccanismo di dipendenza che funziona come una droga, bastano piccole modifiche nella struttura per aumentare esponenzialmente la raccolta. Ci vengono offerti servizi gratuitamente o quasi, solo perché i nostri dati hanno un valore che queste aziende possono utilizzare anche in altre attività.”

Questo è il discorso con cui Evgeny Morozov, giornalista e scrittore bielorusso, ha aperto la conferenza “Internet, post-verità e mercato dell’informazione”, organizzata presso il Liceo Carducci di Bolzano lo scorso 26 gennaio. Due ore di immersione totale nel mondo dell’informazione online, in cui le bufale (o le fake news, per utilizzare un termine in voga) sono solo una conseguenza del modo in cui “funziona” la produzione e la condivisione dei contenuti sulle principali piattaforme e i social network. La sala piena di persone e la raffica di domande che è seguita al botta e risposta con Morozov sono la dimostrazione di come manchino luoghi in cui approfondire questi temi, esulando da trattazioni imperniate solamente su aspetti cognitivo/sociologici.

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L’organizzazione semplificata di Alphabet, la società che controlla Google

Il problema è la velocità di diffusione

“E’ ovvio che il problema con cui ci confrontiamo è la loro velocità di diffusione, non tanto la loro esistenza, perché quest’ultima è solo una conseguenza della libertà d’espressione. Se noi però riusciamo a trovare un’altra infrastruttura per minimizzare la loro diffusione, possiamo minimizzare i loro effetti. Se nessuno le legge, non hanno effetti. Ci sono moltissime persone che le leggono perché la logica che spinge lo sviluppo dell’economia digitale favorisce la loro diffusione. Dobbiamo cambiare la direzione in cui l’economia digitale sta andando.”

Prima era la pubblicità, poi l’intelligenza artificiale

“All’inizio era la logica della pubblicità che governava tutto, 5 anni fa però hanno capito che i dati possono essere utilizzati per la costruzione di un’intelligenza artificiale. Sistemi più avanzati di intelligenza artificiale, i modelli di deep learning (tecnica di apprendimento automatico che insegna ai computer a svolgere un’attività naturale per l’uomo) sono avanzati moltissimo negli ultimi 5-6 anni perché queste piattaforme stanno usando i dati per migliorare la capacità dei sistemi di riconoscere oggetti, foto, testi. Ad esempio, Google translator è migliorato grazie ai dati che noi abbiamo dato loro, grazie al processo dell’estrattivismo dei dati. Queste piattaforme vogliono offrire questi servizi a noi gratis o quasi (vedi Facebook, Google o Youtube) solo perché i nostri dati hanno un valore che queste aziende possono utilizzare anche in altre attività. Questo significa che forse tra 5-10 anni arriverà il momento in cui loro non avranno più bisogno di noi per sviluppare i servizi di artificial intelligence, oltre che per la pubblicità.”

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La sede di Amazon a Seattle

C’è bisogno di un’altra infrastruttura

“Questi aspetti dell’economia digitale non sono ancora compresi sufficientemente dalla società. Se vogliamo creare un mondo in cui tutte queste organizzazioni di estremisti, populisti etc. non abbiano la possibilità di diffondere fandonie con il successo attuale, dobbiamo creare un’altra infrastruttura e un altro modo per finanziare la produzione di dati e contenuti e online, che non siano correlati alla logica dell’estrattivismo dei dati. Se vogliamo emanciparci da questa logica, dove le piattaforme vogliono farci cliccare sempre di più ogni minuto, dobbiamo creare un’infrastruttura che non sia collegata alla logica della pubblicità e della raccolta dei dati. Se noi potessimo finanziare questa infrastruttura in un altro modo, ad esempio riuscendo a far pagare le tasse alle grande aziende, potremmo immaginare dei modelli anche locali (a livello di città e piccoli comuni, ad esempio). Senza questo modo alternativo, sarà molto difficile evitare il problema delle fake news.”

Il ruolo istituzionale

“I leader mondiali capiscono che esiste questo problema legato a Google, Facebook, Amazon etc. ma non sono capaci di riconoscerlo, perché loro stessi hanno fatto di tutto per accelerare il trasferimento di potere a queste aziende, la colpa pertanto è condivisa. Vogliono accelerare la nostra dipendenza da queste aziende, usando i loro strumenti per combattere le fake news. Quindi il principio alla base della loro soluzione sarà utilizzare il meccanismo dell’intelligenza artificiale per riconoscere il contributo “fake” e poi eliminarlo. Potete capire che questa risposta conferma e accelera la nostra dipendenza dalle piattaforme.”

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