Storia di un melone ammuffito che salvò la vita a migliaia di soldati

Un melone quasi marcio, con la buccia rugosa coperta di muffa, verdognola, pelosa, maleodorante. Un frutto inutile, che nessuno di noi avrebbe mai degnato di attenzione, sul banco di un fruttivendolo o di un supermercato. Anzi, negli scaffali di quelli moderni non avrebbe mai trovato spazio alcuno, tanto perfetti appaiono tutti i loro prodotti. E invece in quell’estate del 1943 sì, qualcuno lo notò, lo prese con sè e lo portò agli scienziati della New Fermentation Division of the Northern Regional Research Laboratory, Peoria, Illinois. Quella persona si chiamava Mary Hunt, incaricata per rifornire il laboratorio di qualsiasi cosa portasse in dote un gran numero di microorganismi, che fossero campioni di suolo o di cereali, frutta, verdura ammuffiti. Era il suo lavoro e lo faceva dannatamente bene, al punto da essere soprannominata Moldy Mary, la muffosa Mary.

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E quel giorno fece qualcosa di apparentemente normale ma sensazionale, perché la muffa di cui era coperto quel melone era la più ricca di penicillina che si fosse mai trovata: 250 unità per millilitro, ma una delle mutazioni di quel ceppo riuscì ad arrivare fino a 50000 unità per millilitro. Una concentrazione mai vista, che cambiò la storia degli antibiotici.
Fu il Northern Regional Research Laboratory a tentare l’impresa di aggiornare la storia farmaceutica della penicillina, con l’obiettivo di riuscire a trovare un ceppo di Penicillium che rendesse utilizzabile la sostanza scoperta da Alexander Fleming nel 1928. Il grande scienziato, premio Nobel per la medicina nel 1945, infatti abbandonò presto la penicillina, in quanto tutti i suoi tentativi di aumentarne la resa furono deludenti. La storia che tutti raccontano è giusta, ma incompleta. Fleming, nell’agosto del 1928 lasciò parte delle capsule Petri sul bancone del suo laboratorio, prima di partire per le ferie. “Lo scozzese dal papillon” lavorava presso il St.Mary’s Hospital di Londra e, come molti suoi contemporanei, era impegnato a trovare un modo per uccidere i batteri. Al ritorno dalle sue vacanze in Francia, trovò parte delle sue colonie batteriche “invase” da una muffa, che era riuscita nell’impresa di uccidere i batteri immediatamente vicini ad essa. I batteri in questione erano Staphylococcus aureus, i funghi erano del genere Penicillium, la sostanza fu battezzata penicillina. Si sapeva che le muffe avevano questa capacità antibiotica, dal

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Alexander Fleming in posa nel suo laboratorio

momento che anche gli antichi egizi, cinesi e indiani del centroamerica utilizzavano muffa per trattare ferite infette, tuttavia nessuno mai diede dignità scientifica a questo rimedio folkloristico. Fleming ci riuscì e il ceppo in questione era il Penicillium Notatum, che però forniva una penicillina a bassa resa, instabile e ad azione lenta. In una parola: inutile. Per questo, il grande scienziato pubblicò qualche articolo, passato perlopiù inosservato, e abbandonò questa linea di ricerca. A togliere la polvere alla sua scoperta fu la seconda guerra mondiale, che con le sue migliaia di soldati feriti attirò sempre più l’attenzione sulla necessità di agenti antibiotici diversi dai -nel frattempo sopraggiunti- sulfamidici, con uno spettro d’azione troppo stretto.
Per questo gli scienziati del Sir William Dunn School of Pathology dell’Università di Oxford, diretti da Howard Florey ed Ernst Chain (anche loro poi insigniti del premio Nobel insieme a Fleming), intuendo il valore della scoperta di Fleming, abbandonarono la Londra bombardata di allora e approdarono in Illinois. Là riuscirono a convincere i colleghi di Peoria a proseguire le ricerche, fino ad imbattersi nel melone pieno di muffa che cambiò i destini dell’umanità.

Nel giugno del 1944 le unità di penicillina prodotte furono 100 miliardi e i soldati sopravvissuti molte migliaia. Tutta la penicillina prodotta da allora deriva da quel ceppo di Penicillium trovato sul melone. Un po’ di merito ce l’ha anche lui.

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