Olio di palma, ma fa male o no?

In questi giorni si è tornato a parlare dell’olio di palma. Che sia perché il torpore estivo ha lasciato spazio a nuovo attivismo, oppure perché le notizie di prodotti che vantano “senza olio di palma” sulle loro confezioni si susseguono sempre più spesso. Non vogliamo far mancare anche la nostra flebile voce al marasma attuale, urlato e pieno di certezze da una parte e dall’altra, riportando il parere di Mauro Miselli, farmacologo con alle spalle 30 anni d’informazione medico sanitaria indipendente. L’articolo è preso da INFO – Intesa, periodico destinato a farmacisti, edito da Unifarm, Trento.

L’olio di palma, celato sino alla fine del 2014 dietro la dicitura generica “grassi vegetali” nelle etichette, è l’olio vegetale più usato al mondo nella preparazione industriale dei prodotti da forno, sia dolci (es. biscotti, merendine, torte) che salati (es. crackers, patatine, grissini). Il suo diffuso impiego in campo alimentare è avvenuto per il basso costo e la versatilità tecnologica. L’olio di palma è un grasso solido come il burro e quindi rende gli alimenti cremosi o croccanti senza influenzare i sapori, permettendo una loro più lunga conservazione. E’ privo di colesterolo, ma come il burro contiene una elevata quantità di acidi grassi saturi, pericolosi, se in eccesso, per il cuore. Il successo dell’olio di palma è coinciso con la stretta ai grassi idrogenati, cioè gli oli vegetali liquidi resi semisolidi (quindi adatti ai prodotti da forno) attraverso un processo di idrogenazione avente lo scopo di stabilizzare gli oli polinsaturi e prevenirne l’irrancidimento. L’idrogenazione produce acidi grassi trans, che sono stati associati ad un aumento dose-dipendente dei livelli di colesterolo e del rischio di infarto miocardico. Per verificare i possibili benefici cardiovascolari dell’olio di palma è stata effettuata una metanalisi degli studi che hanno confrontato diete contenenti olio di palma con diete contenenti altri acidi grassi (es. acido stearico, acidi grassi

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Olio di palma non raffinato, torbido e con il suo caratteristico colore rosso

mono- e polinsaturi). L’obiettivo consisteva nel valutare gli effetti della sostituzione di altri grassi alimentari con l’olio di palma sugli indicatori lipidici di rischio cardiovascolare (in particolare la colesterolemia)1. Secondo gli autori, sostituendo gli acidi grassi trans con olio di palma si ottengono risultati favorevoli sul profilo lipidico e sul rischio cardiovascolare (1). Le conclusioni, tuttavia, non portano contributi sostanziali alle conoscenze per i rilevanti limiti metodologici dell’analisi (2). Gli studi, tutti di piccole dimensioni, hanno coinvolto partecipanti per lo più maschi, giovani e sani, perciò non rappresentativi della popolazione generale, composta in larga parte da anziani e malati. Inoltre, la durata dei trattamenti è stata breve (da 2 a 16 settimane) e non si conoscono l’efficacia né la sicurezza a lungo termine degli interventi dietetici studiati. Infine, l’aver considerato le variazioni dei lipidi plasmatici (cioè dati di laboratorio) e non gli esiti clinici (es. infarti, ictus) non consente di affermare che la sostituzione dei grassi idrogenati con olio di palma possa ridurre l’incidenza di eventi cardiovascolari (2). Dati più solidi e convincenti, trascendenti l’aspetto cardiovascolare, sono stati recentemente diffusi dall’Agenzia europea per la sicurezza degli alimenti (Efsa), che ha documentato la potenziale pericolosità dei contaminanti presenti nell’olio di palma e in misura inferiore in altri oli vegetali (3). l rapporto dell’Efsa si riferisce in particolare a tre tipi di sostanze: i glicidil esteri degli acidi grassi (GE), il 3- e il 2-monocloropropandiolo (3-MCPD e 2-MCPD) e i loro esteri degli acidi grassi, che si formano durante la raffinazione degli oli vegetali ad alte temperature (circa 200°C). I livelli più alti di GE (almeno 5 volte superiori a quelli presenti in altri oli), come pure di 3-MCPD e 2-MCPD sono stati rinvenuti nell’olio di palma. Per valutare i rischi per la salute pubblica da GE gli esperti dell’Efsa hanno esaminato le informazioni sulla tossicità del glicidolo, il composto nel quale i GE si trasformano durante la digestione. Nel rapporto si legge che “Ci sono evidenze sufficienti– nell’animale- che il glicidolo sia genotossico e cancerogeno” (3). Mancano dati epidemiologici che correlino l’uso di olio di palma con l’insorgenza di tumori nell’uomo, ma si tratta di un dato sperimentale di tale importanza da richiedere il massimo di tutela per la salute dei consumatori, specie dei bambini. I bambini sotto i tre anni di età, e soprattutto i lattanti nutriti esclusivamente con latte artificiale, risultano i più esposti al rischio (3) per la presenza dell’olio di palma nel latte in polvere e in diversi altri alimenti per la prima infanzia, aggiunto come fonte di acido palmitico per renderlo più simile al latte materno. Dopo la pubblicazione del rapporto tecnico dell’Efsa, si attendono le decisioni della Commissione europea. Realisticamente non c’è da aspettarsi una messa al bando dell’olio di palma, quanto piuttosto la diluizione del “principio di precauzione” con l’imposizione di limiti più bassi di contaminanti, visto che è fattibile: negli ultimi anni, la concentrazione di GE negli alimenti con olio di palma è stata dimezzata (3). Sarebbe certo un atto di grande responsabilità e una iniezione di fiducia nei consumatori se i produttori, al di là di dichiarazioni generiche di disponibilità, anteponessero gli interessi della collettività a quelli commerciali e rinunciassero all’olio di palma!


Bibliografia

  1. Fattore E et al. L’olio di palma e il rischio di malattie cardiovascolari: revisione sistematica e metanalisi degli studi di intervento. Ricerca & Pratica 2015; 31:102-10.
  2. Battaggia A. L’olio di palma e i marcatori di malattia cardiovascolare. InfoFarma 2015; n. 3-4 pag. 18-21.
  3. Contaminanti da processo in oli vegetali e alimenti. Rapporto Efsa 3 maggio 2016. http://www.efsa.europa.eu.
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