Cos’è un farmaco?

Goodman&Gilman’s Pharmacological basis of therapeutics” (importante testo universitario di farmacologia) definisce farmaco “qualsiasi sostanza che interferisca con i processi vitali“. Piuttosto vaga, come definizione: anche un vaso di fiori, che casca sulla testa di qualche malcapitato mentre passa per strada, può interferire con i processi vitali.
Non possiamo fermarci all’assimilazione di un farmaco ad un vaso di fiori: anche il più accanito avversario della farmacologia moderna non arriverebbe a tanto (forse). Nella definizione dell’importante testo citato è mancante un riferimento alla tipologia di effetti che il farmaco crea nei “processi vitali”. Che il farmaco faccia infatti soprattutto bene è un pregiudizio con il quale siamo cresciuti, che faccia soprattutto male è un’idea con sempre più sostenitori, sedotti spesso dalle medicine alternative perché -si dice- “almeno non fanno male”. Mai come in questo periodo il pensiero comune è polarizzato tra il primo e il secondo punto di vista, dal momento in cui siamo “reduci” da più di 100 anni di industria del farmaco, con tutti gli effetti collaterali del marketing, del profitto legato alla salute e del disease mongering*.

alchimia

In alchimica, il farmaco per eccellenza era l’elixir, che permetteva la trasmutazione del metallo in oro

Facciamo un passo in più: l’enciclopedia Treccani definisce farmaco “Qualsiasi sostanza, inorganica o organica, naturale o sintetica, capace di produrre in un organismo vivente modificazioni funzionali, utili o dannose, mediante un’azione chimica, fisico-chimica o fisica“. In questo caso, il pregio principale è quello di dare una sorta di giudizio su queste “modificazioni”: utili o dannose. Ecco che si ritrovano le polarizzazioni di cui abbiamo scritto poc’anzi, che in questo caso ci aiutano a definire meglio il campo d’azione: un vaso di fiori non potrà essere più confuso con un farmaco, in quanto se casca sulla testa avremo solo modificazioni negative. Per adesso, teniamo in sospeso quando il vaso di fiori venga regalato, perché in questo caso le modificazioni in atto sarebbero molto probabilmente positive.

*letteralmente “commercializzazione di malattie”, si riferisce a quel fenomeno in atto da qualche anno nel mercato dei farmaci, secondo il quale le aziende farmaceutiche, grazie ad azioni di marketing più o meno esplicito tra medici, farmacisti e popolazione generale, puntano l’attenzione su malattie inesistenti e/o poco conosciute, aumentandone la visibilità per proporre cure farmacologiche di propria produzione

E l’effetto placebo?

Gli ultimi 50 anni ci hanno insegnato che quando la pressione cala dopo aver assunto un farmaco, oppure quanto il dolore passa dopo aver assunto un farmaco, non è detto che sia successo grazie “all’azione chimica, fisico-chimica o fisica” delle sostanze contenute in esso. Un farmaco infatti provoca cambiamenti anche in base alle attese della persona o alla determinazione del medico. L’entusiasmo dei consumatori è un formidabile costruttore di virtù, come sottolinea Patrick Lemoine in “Effetto Placebo“. Quest’ultimo termine rappresenta l’azione di conforto che qualsiasi terapia esercita su una persona, in tutte quelle situazioni in cui c’è qualcuno che sta male e che vorrebbe star meglio e qualcun altro che propone una soluzione per stare meglio.

placebo

Placebo è anche il nome che definisce un farmaco senza principi attivi, come per esempio una compressa che sembra in tutto e per tutto un medicamento, ma rispetto ad esso è priva della parte responsabile dell’effetto terapeutico, ma questo non basta a farle perdere il potere suggestivo, frutto di un misto di paura e speranza. La paura che i malati hanno della malattia e la speranza nella guarigione che hanno malati e medici (ma anche i farmacisti, e forse tutti professionisti sanitari). La reazione psicologica e fisiologica del paziente alla somministrazione di un placebo è influenzata da numerose variabili: personalità del paziente, qualità del rapporto tra malato e medico, livello di collaborazione e di empatia del personale infermieristico, condizioni ambientali.
In breve, l’effetto globale di un farmaco dipende dall’effetto diretto e prevedibile delle sue sostanze sul corpo e, in misura variabile, dall’effetto suggestivo legato alle aspettative del malato, al comportamento del medico o all’aspetto del farmaco.

Alle radici di un nome

La parola “farmaco” deriva dal greco pharmakòn, ovvero rimedio contro una malattia, ma anche veleno o sostanza tossica. Questo ci dice già molto sulla radice del suo significato reale, anche nella nostra lingua, dove purtroppo la doppia connotazione è andata persa. Questo non è avvenuto in inglese, dove la parola drug mantiene sia il significato di droga che di farmaco. Andare alla radice della parola che sta alla base del nostro progetto “Farmaco-logico” è necessario per due motivi: innanzitutto perché, come abbiamo visto, a volte le proprietà curative che vengono attribuite al farmaco da medici e pazienti potrebbero non avere nulla a che fare con quelle effettive delle sostanze contenute nella compressa (o nello sciroppo, o nella siringa, etc.). E questo purtroppo ha grosse implicazioni, visto che -come ha scritto il Wall Street Journal – “in un mercato così altamente competitivo come l’attuale, la sopravvivenza di un farmaco dipende spesso dalle capacità dell’impresa nel campo del marketing, tanto quanto dalla qualità del farmaco medesimo”. In secondo luogo, perché non c’è farmaco realmente utile che non sia potenzialmente pericoloso. Non si può sperare di curarsi a rischio zero. Tra farmaco e sostanza dannosa non c’è soluzione di continuità e, comunque, non è l’assenza di rischi che permette di separare le sostanze tossiche dai farmaci. In ultima istanza, il farmaco è solo una sostanza che si è dimostrata più utile che dannosa nel risolvere un problema.
E in questo caso, la definizione non vale più per il nostro vaso di fiori: se usato bene, esso infatti è sempre utile a fare innamorare la propria bella, a chiedere perdono per qualche sbaglio, a ringraziare qualcuno per un suo gesto. Il farmaco invece può essere sempre pericoloso, anche quando utilizzato nel modo giusto.


 

Riferimenti:

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