Un farmacista a scuola: l’intervista a Puntoeffe

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31 ottobre 2015 di sergiocattani

Se si lavora a scuola e si scrive sul web, è difficile trovare interesse da parte della carta stampata. Altri target e altre visioni fanno sì che raramente i percorsi s’incrocino. Nel nostro caso siamo stati fortunati nell’incontrare sulla nostra strada Laura Benfenati e Giuseppe Tandoi, direttrice e redattore di Puntoeffe. Si tratta di una rivista di settore per farmacisti, che si differenzia dalle altre per originalità dei punti di vista e qualità degli articoli. Pensate che è una delle uniche che dedica una rubrica alla recensione di libri anche non del settore… Una rarità, per come si fa giornalismo specializzato ai giorni nostri. Dopo essere venuti a conoscenza delle nostre attività scolastiche e del fatto che io mi dedichi ad esse come professionista e non come volontario, hanno voluto mettere in copertina il mio bel faccione e chiamarmi per un’intervista. Inutile dire che fa molto piace vedere che c’è interesse per un settore tanto bistrattato e spesso invocato inutilmente come l’educazione alla salute. Speriamo che sia l’inizio di una collaborazione e soprattutto serva ad attirare l’attenzione sulla necessità di sostenere iniziative didattiche coinvolgenti e multimediali anche in campo sanitario. 

La copertina di Puntoeffe n.17 del 3 novembre

La copertina di Puntoeffe n.17 del 3 novembre

A scorrere il curriculum di Sergio Cattani, giovane farmacista trentino, si percepisce una certa irrequietezza. Molti interessi, forse una certa insofferenza a stare per molte ore dietro il banco di una farmacia, la voglia di fare nuove esperienze, di assecondare le proprie inclinazioni, anche a costo di qualche rischio in più e, magari di qualche soldo in meno. Detto fatto, la svolta è arrivata nel 2007: «Nella vita a volte ti crei le occasioni, a volte ti capitano. All’inizio, era il 2007, mi è capitato di sostituire un collega nell’ambito di un progetto educativo. Si trattava di fare un paio d’ore di lezione sull’utilizzo dei farmaci in quattro seconde medie locali. Ho cercato di interpretare questi incontri in un modo un po’ più accattivante, evitando la solita lezione su principi attivi, eccipienti, generici eccetera. Ho preferito parlare di salute organizzando piccoli giochi di gruppo. Il mio lavoro è stato apprezzato dai docenti e questo mi ha stimolato a proseguire su quella strada».

E il passo successivo?

Nel 2009 ho proposto io un progetto strutturato alle scuole su “Farmaci, pubblicità e televisione”, dopo essermi documentato a dovere sul rapporto tra mezzi di comunicazione – dei quali sono un appassionato – ed educazione scolastica. La scintilla vera e propria è stata la voglia di dare un contributo al tentativo, necessario in materia di sanità, di combattere gli eccessi della medicalizzazione e del consumo di farmaci. Alla base di tutto, però, il desiderio di dialogare con i ragazzi.

In che modo?

I ragazzi non entrano quasi in farmacia, a meno che non soffrano di disturbi cronici. E allora è il farmacista che li deve intercettare, andandoli a cercare a scuola. I progetti che propongo alle scuole medie prevedono anche sei ore settimanali di lezione. È un lasso di tempo molto ampio, nel quale si possono dire e fare molte cose, mentre in farmacia i contatti sono necessariamente molto brevi.

È cambiata la professione?

Proprio così. Oggi il tempo in farmacia è estremamente frammentato e il dialogo con il cliente molto difficile, soprattutto nelle farmacie cittadine. E allora l’opportunità di comunicare con i giovani nell’ambito scolastico va colta al volo. La scelta delle scuole medie non è casuale, perché sono anni nei quali ci si può rivolgere a tutti i ragazzi indistintamente, a qualunque ceto sociale appartengano, prima che, al termine delle medie, si separino, scegliendo il liceo piuttosto che l’istituto tecnico o la scuola professionale.

Ne deduciamo che il rapporto con le istituzioni scolastiche sono stati proficui, è davvero così?

La scuola è diventata ormai un’istituzione un po’ chiusa e, a dire il vero, poco appetibile per molti. Difficile entrarci. Io ci sono riuscito perché fin dall’inizio ho presentato progetti molto dettagliati e, cosa non secondaria, chiedendo pochi soldi. Per due anni questa attività didattica è andata di pari passo con quella di collaboratore di farmacia, che ho svolto per sette anni. Dopo di che ho optato per un cambiamento radicale.

Ovvero?

Nel 2011 mi sono licenziato dalla farmacia perché le due attività erano diventate inconciliabili. Trasformatomi in libero professionista, mi sono diviso tra i progetti di didattica nelle scuole e un ruolo di consulente delle farmacie per le attività collaterali che vogliano intraprendere: laboratori di galenica, giornate a tema e così via. Senza dimenticare il lavoro dietro il banco, cui mi dedico part time.

Non si può dire che stia con le mani in mano.

Ho letto di recente un articolo secondo cui in futuro vivremo fino a cento anni e cambieremo almeno quaranta lavori nella vita. In questo senso mi sento un precursore (ride). Ho rinunciato alla sicurezza economica per seguire maggiormente le mie passioni.

Anche Sofia Esposito, l'altra anima di saluteducazione, fa capolino nell'articolo

Anche Sofia Esposito, l’altra anima di saluteducazione, fa capolino nell’articolo

I suoi corsi sono incentrati sulla produzione di video – in collaborazione con la compagna Sofia Esposito – che hanno per protagonisti gli stessi alunni e che poi lei mette on line.

I genitori sono importanti, i rapporti sociali altrettanto ma poi i ragazzi subiscono una forte influenza da parte dell’informazione. E fare educazione sanitaria significa anche insegnare ai giovani a comprendere l’informazione pubblicitaria sui farmaci. Si trattava di trovare lo strumento giusto per attirare i ragazzi, che oggi hanno mille sollecitazioni e faticano a mantenere la concentrazione a lungo. Ho pensato allora che il miglior modo  per coinvolgerli fosse quello di realizzare video su determinati temi legati alla salute e agli stili di vita. Sono loro i principali artefici di tali attività, sotto la nostra guida: dietro e davanti alla videocamera e, successivamente, nella fase di editing del filmato.

Risultati?

Molto positivi, io e Sofia siamo davvero soddisfatti. Tanto più che, grazie ai nuovi media, questi filmati – pubblicati su sito, blog e canale youtube – rimangono on line e possono essere visti e rivisti dai ragazzi, i quali poi li “condividono” (nel senso moderno del termine) con gli amici. Questo significa che l’esperienza didattica e formativa continua nel tempo, diversamente dalla lezione orale che un cosiddetto esperto fa davanti a una classe magari disattenta. Io parto dal presupposto che i ragazzi sono interessati un po’ a tutto, si tratta di trovare la chiave giusta. Prendiamo il discorso dei farmaci: tutti loro sono arrivati a 11-13 anni prendendone molti ma senza ovviamente farsi domande su di essi. E allora bisogna informarli sulla natura dei medicinali e sui rischi che un uso improprio di essi può provocare. Per esempio, sul fatto che, andando avanti di questo passo, l’antibioticoresistenza potrà causare nel mondo milioni di morti.

L’adesione dei ragazzi è immediata?

No, all’inizio manifestano molte perplessità, temono di annoiarsi. Con il tempo si ricredono fino a dimostrarsi entusiasti di seguire il progetto per tutti e tre gli anni delle medie. Un piccolo segreto è quello, ogni tanto, di divagare. L’altro giorno, per esempio, abbiamo parlato per mezz’ora dell’argomento App, come veicolo pubblicitario e induttore di comportamenti fuori controllo. Anche questo serve.

Su quali argomenti ha trovato gli studenti più interessati?

Il tema dal quale sono più attratti in assoluto è l’effetto placebo. E poi sono molto interessati agli esperimenti pratici: sul fumo, sulle produzioni galeniche e così via.

E dai colleghi farmacisti quali reazioni?

Qualche apprezzamento, che fa piacere, ma sostanziale disinteresse, dovuto in parte anche alla poca attenzione che questi colleghi hanno verso il mondo della scuola. La cosa mi sorprende fino a un certo punto, mi delude di più l’indifferenza di istituzioni che con la scuola ci lavorano, come le aziende sanitarie e i provveditorati. Le stesse scuole a cui mi rivolgo a volte mi dicono di no perché “non hanno soldi”. In realtà non è sempre così, si tratta di definire una scala di priorità. Magari preferiscono investire su altre attività.

Eccezioni che ha riscontrato, nella pubblica amministrazione?

La Provincia autonoma di Bolzano che ci ha aiutato ad avviare un progetto in venti classi, in sinergia con l’associazione titolari, l’Ordine e le farmacie comunali. Più fertile il terreno quando si parla con le associazioni dei malati.

Per chiudere, un’opinione sul mondo della farmacia, che lei ha vissuto e in parte vive ancora dal di dentro ma può giudicare al tempo stesso come un osservatore esterno.

Quando parlo della farmacia mi piace estendere il discorso alla sanità in generale. Prendiamo gli ultimi avvenimenti: l’ingresso del capitale nella proprietà, lo scampato pericolo, almeno per ora, della fascia C. Il momento è critico, da dieci anni a questa a parte si sta affermando una visione del farmaco come semplice prodotto di consumo. Non esiste una vera protezione per il cittadino dall’abuso di farmaci e, prima ancora, un’adeguata informazione sulla loro stessa natura. E in questo hanno la loro  responsabilità anche i medici, il cui mestiere si è burocratizzato, di pari passo con la trasformazione degli ospedali in aziende della salute. In questo contesto si muove anche il farmacista, senza differenziarsi molto dagli altri. L’unica prospettiva che vedo è quella del farmacista clinico, più vicino al paziente. Bisogna puntare sulla  pharmaceutical care, ma vedo molte più energie destinate alla creazione di angoli dedicati all’extrafarmaco. Una grande incognita riguarda poi la prossima apertura di centinaia di nuove sedi. Che cosa comporterà? Quali conseguenze avrà il prevedibile avvento sul mercato di grandi gruppi multinazionali? Purtroppo non sono molto ottimista sul futuro della professione, almeno per come la intendo io. Speriamo almeno che la farmacia clinica prenda piede.

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