Farmaci e libero mercato: nuoce gravemente alla salute

Venerdì 20 febbraio 2015 è da ricordare come il giorno della morte definitiva del sistema di gestione del farmaco come bene NON di consumo in Italia. Il governo Renzi infatti ha dato il via all’ingresso dei grandi capitali nel mondo delle farmacie.
Ma cosa è cambiato?
Prima di quella data infausta una persona, per poter essere titolare di una farmacia, doveva avere una laurea in farmacia o chimica e tecnologia farmaceutiche, aver fatto il tirocinio di 6 mesi in farmacia, aver passato l’esame di stato per l’iscrizione all’albo dei farmacisti e aver conseguito l’idoneità alla titolarità, attraverso il superamento di un concorso per l’assegnazione di una sede farmaceutica o 2 anni di lavoro in farmacia. A questo punto, ci si poteva acquistare una farmacia o vincerne una con il concorso pubblico. Inoltre, per evitare che il divario tra piccoli e grandi crescesse enormemente, nessun farmacista poteva possedere più di 4 farmacie, nè i titolari di farmacia potevano essere dei non farmacisti, oppure società di capitale. L’obiettivo della legge era di impedire la finanziarizzazione delle farmacie e proteggere il farmaco da una svalutazione a bene di consumo, soggetto a dispensazioni legate alla deontologia professionale del farmacista e non a comandi imposti da marginalità ed esigenze economiche imposte dall’alto.
croce dollaro con marchio
Ebbene, un partito che si propone “di sinistra” ha permesso lo smantellamento di questo sistema e adesso grandi società potranno acquistare un numero imprecisato di farmacie e gestirle come un’azienda qualsiasi, obbligando i dipendenti a vendere il più possibile per aumentare il fatturato, facendosi beffe di effetti collaterali, ricette, deontologia professionale e rispetto per la salute dei cittadini. Questo lo potranno fare anche farmacisti con grandi disponibilità economiche, tuttavia la lotta contro società (soprattutto straniere) ampiamente finanziarizzate sarà impari e l’impresa farmacia sarà ora percepita come un portafoglio d’investimenti da scomporre, fare a pezzi, snellire con esternalizzazioni e riduzione dei costi (in particolare del lavoro) (cit. da Huffington Post).

Il primo forte attacco al modello italiano delle farmacie, sicuramente non perfetto ma comunque efficiente e buono nel limitare il consumo di farmaci, è avvenuto nel 2006 con il Decreto Bersani-Visco, che sancì la possibilità di vendere farmaci anche fuori dalle farmacie. Si trattò di un momento storico per il mondo della sanità, che diede luogo alla nascita di “corner” all’interno della grande distribuzione organizzata (circa 300 ad oggi), dove le persone potevano/possono trovare anche farmaci senza bisogno di ricetta (OTC – dall’inglese Over The Counter), tra uno scaffale di pomodori pelati e uno di fette biscottate. Maggior fortuna in termini numerici (ne sono nate circa 4000) hanno visto le parafarmacie, negozi con la licenza di vendere farmaci, ma senza la necessità che il titolare sia un farmacista. A dispetto del numero tuttavia, gli esercizi a rischio fallimento sono molti e quelli durati pochi anni ancor di più (non ci sono dati ufficiali). Questo perché il 75% circa del fatturato viene dal non-farmaco, ovvero cosmetici, integratori, articoli omeopatici, sanitari, per l’infanzia e veterinari, mentre gli OTC coprono un massimo del 25%.
Questo spiega il motivo per cui tutti i farmacisti che lavorano in parafarmacia spingono da anni per poter vendere i farmaci di fascia C, ovvero quelli a carico del cittadino ma con bisogno di ricetta medica: antidolorifici ad alto dosaggio o con importanti effetti collaterali, psicofarmaci, anticoncezionali etc. In questo modo infatti il loro fatturato crescerebbe probabilmente del 30%, a scapito delle farmacie, sia grandi che più piccole, mettendole sull’orlo del fallimento.

Questo primo scossone ha causato una minor controllo nella vendita dei farmaci (vedi dati AIFA), in quanto la fragilità economica del sistema parafarmacia limita la possibilità del farmacista di porre davanti alla dispensazione i propri compiti di educatore alla salute. Non parliamo poi dei corner “Farmaci senza ricetta” nei supermercati, in cui il bene-farmaco viene visto alla stregua di un pacchetto di caramelle e spinge le persone ad un acquisto più spavaldo, poco arginato dal farmacista (previsto dalla legge come “foglia di fico”).

Il day after di questo terremoto al sistema di gestione del farmaco in Italia è di grande preoccupazione, lo scenario che si apre è di una svalutazione ulteriore del ruolo del farmacista a “commesso specializzato nel benessere”, sempre più spesso dipendente di non farmacisti poco interessati alla deontologia. Cosa fare? Come farmacista e cittadino, è necessario chiedere al governo di fare un passo indietro, per evitare che le farmacie diventino punti di vendita di catene internazionali – magari di proprietà di case farmaceutiche. Altrimenti quello che è stato venduto come un attacco alle rendite di posizione si tradurrà in un attacco alla salute pubblica da un lato e ad un saccheggio delle piccole medie farmacie dall’altro, con un ampiamento del divario tra ricchi e poveri.

Ho come l’impressione che ci sarà ancor più bisogno di progetti di educazione alla salute nelle scuole… ma non è il caso di rallegrarsene.

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